Ipocondria senile: cos’è e come curarla

ipocondria negli anziani

Quando si parla di Ipocondria senile, si fa riferimento ad uno specifico disturbo psichico che riguarda le persone in età avanzata. Si tratta di uno stato di paranoia costante, in cui l’anziano si convince di essere affetto da più malattia contemporaneamente, sulla base di una valutazione, molto spesso errata, di alcuni sintomi.

L’anziano finisce quindi in una spirale ossessiva, che non va che aggravare il disturbo, producendo numerosi effetti psicosomatici sul corpo.

Ma da cosa di origina questo stato di paranoia costante?

Vediamo quali sono le cause principali.

Ipocondria senile: le cause principali del disturbo

L’ipocondria senile tende a svilupparsi maggiormente negli anziani che già hanno un equilibrio psichico fragile. Se quindi siamo in presenza di ansia, depressione e malessere psico-fisico generalizzato, è molto probabile che possa innescarsi l’ipocondria.

Troppo spesso, infatti, si tende a considerare l’umore scuro e triste degli anziani come normale, come un fenomeno fisiologico dell’ultima fase della vita, a cui non rimane che rassegnarsi. In realtà, la depressione non è affatto da sottovalutare, in quanto può compromettere seriamente il benessere dell’anziano sotto ogni punto di vista, andando a influire anche sull’aspettativa di vita.

I dati ci dicono che la depressione è molto diffusa nella popolazione over 65, con un 4% di soggetti che mostrano sintomi piuttosto gravi.

I più frequenti sono:

  • tristezza;
  • perdita di interesse;
  • isolamento sociale;
  • clinofilia (cioè il desiderio di passare molto tempo a letto anche senza dormire).

Tutti questi sintomi vengono spesso amplificati dalla difficoltà che gli anziani hanno nel verbalizzare il loro stato d’animo, per paura di non essere capiti o derisi; questo conduce ad una somatizzazione profonda del loro disagio, che si riflette in modo molto negativo sul corpo, scatenando anche una sintomatologia organica, soprattutto di tipo gastro-intestinale, che, nei casi più gravi, sfocia in un vero e proprio delirio ipocondriaco.

Questo perenne stato di angoscia non fa altro che incidere in maniera semore più negativa sullo stato reale di salute e sulla qualità di vita del paziente.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che al di là del normale decadimento fisico associato all’età, anche la sfera sociale inizia ad impoverirsi. Dal momento in cui la persona diventa pensionata, l’insorgenza della depressione diventa sempre più probabile, in quanto la cerchia sociale si restringe, le occasioni di uscire e trovare uno scopo alternativo diminuiscono, si smette di sentirsi utili e produttivi.

A ciò si aggiunge un fisiologico aumento dei lutti all’interno della cerchia familiare e amicale, che peggiorano ancora di più la qualità dell’equilibrio emotivo. Questo significa che l’avanzare dell’età coincide con l’aumento della solitudine, generando così una maggiore sensibilità e fragilità nelle persone anziane verso i disturbi dell’umore.

Ipocondria senile: come riconoscere un’emergenza vera da un delirio ipocondriaco

Uno degli aspetti più complessi da gestire negli anziani che soffrono di ipocondria è il riconoscimento di una vera emergenza di salute dalla paura irrazionale di essere affetti da qualche malattia. In situazioni in cui l’ipocondria è già ben sviluppata, l’anziano tende a lamentarsi di frequente con i familiari o con le persone che lo assistono, causando spesso preoccupazione in modo ingiustificato.

Il ripetersi di questi episodi nel tempo rischia di minare la fiducia nei confronti dell’anziano, creando negli assistenti la convinzione che si tratti ormai solo di paure infondate. Questo produce danni su due fronti: da un lato, peggiora la qualità dei rapporti con la cerchia più ristretta della persona anziana e dall’altra espone al rischio che una vera emergenza medica non venga riconosciuta nel marasma delle tante paure.

Bisogna sempre tenere presente, quando si assiste un anziano, che gli allarmi con cui vengono manifestate queste preoccupazioni hanno lo scopo, quasi sempre inconscio, di richiamare l’attenzione di chi li accudisce, provocando diverse difficoltà per i caregiver, proprio perché diventa difficile capire quando è reale e quando no.

Gli psicologi che si sono occupati dello studio di questa condizione hanno notato che non sempre è facile adottare un comportamento adeguato con l’anziano, ma è sempre e comunque consigliato mantenere la calma quando si è in compagnia dell’anziano agitato, cercando di non sottolineare mai la natura ipocondriaca della lamentela.

Per rendersi conto o meno se si tratta di un’emergenza medica, occorre passare un po’ di tempo con l’anziano, monitorando l’andamento dei sintomi. Se tende a calmarsi e a sentirsi meglio, si può tirare un sospiro di sollievo, mentre se, anche con la presenza del caregiver, i sintomi non accennano a migliorare, è opportuno consultare il medico o andare al Pronto Soccorso.

Ipocondria senile: come comportarsi con gli anziani

Quando ci si trova davanti ad un anziano che presenta un reale problema di salute, è naturale allarmarsi e ricorrere all’aiuto del medico, ma è importante non assecondare sempre la paranoia dell’anziano, organizzando una visita medica per ogni singolo disturbo.

Se si è certi dell’infondatezza di tali manifestazioni, l’ideale sarebbe cercare di far comprendere all’anziano che non c’è nessun grave problema e che non è necessario alcun controllo medico.

Questo è un modo per renderlo, per quanto possibile, consapevole della realtà e dell’evidenza dei fatti. In questa fase è di cruciale importanza non perdere la pazienza, bisogna rimanere calmi e non sottolineare mai la natura ipocondriaca di certi atteggiamenti, perché altrimenti significherebbe porre l’accento sul problema e generare nuova ansia.

Non sempre però è così semplice riuscirci, proprio perché l’anziano è vittima delle sue stesse suggestioni e quindi tende a negare la realtà. In questo caso può essere di grande aiuto rivolgersi ad uno psicologo, il quale, con il suo intervento, può aiutare il paziente a rapportarsi al meglio con le sue paure e a tenerle sotto controllo.

È molto importante anche la posizione presa dai caregiver riguardo alla situazione. Spesso c’è la radicata convinzione che l’assistito non possa in alcun modo modificare il suo punto di vista e i suoi comportamenti. Questo è del tutto sbagliato e gli operatori di Sant’Anna 1984 lo sanno molto bene.

I nostri caregiver dimostrano sempre assoluta fiducia nei loro assistiti e proprio per questo ogni giorno adottano dei piccoli trucchetti per soddisfare il bisogno di attenzione, senza però caderne vittime. Grazie a dei piccoli accorgimenti quotidiani volti a ridurre lo stress, i dolori e la stanchezza, possono contribuire a migliorare le loro giornate.

Aiutandoli e dimostrandogli che non gli sta accadendo nulla di male, attraverso le loro rassicurazioni i pazienti si sentono amati e al sicuro. Alcune volte basta davvero poco per far capire agli anziani che esiste una soluzione al loro problema, senza ricorrere alle cure mediche.

Attraverso l’amore, l’empatia, la pazienza e la professionalità, i nostri operatori si contraddistinguono e riescono a lasciare il segno nei cuori non solo dei pazienti ma anche di tutti i familiari.

Fumatori anziani: i danni del fumo in età avanzata

danni da fumo negli anziani

In Italia il 9,8% degli anziani over 65 sono fumatori. È risaputo che il fumo è dannoso per chiunque, ma con il progredire dell’età diventa ancora più impattante sulla salute, tanto da essere considerato come una delle principali cause di morte prematura, soprattutto per le persone di mezza età.

Nonostante ciò, non sono ancora stati ben quantificati i danni che il fumo può provocare ad una persona anziana e spesso questa mancanza di informazioni non fa altro che favorire un’antica credenza: “quel che è fatto è fatto!”.

Parliamo, appunto, della convinzione che se una persona sopra i 60 o 70 anni, continua a fumare allora non vale la pena tentare di farla smettere.

In realtà, si tratta di un atteggiamento deleterio. Sono infatti moltissimi i benefici gli anziani possono ottenere smettendo di fumare, anche in età avanzata.

Fumatori anziani: cosa dicono i numeri

Una ricerca recente ha analizzato i dati di 22 studi effettuati sulla popolazione di vari paesi europei e negli Stati Uniti. Attraverso un’analisi statistica, si è riusciti a calcolare e a portare alla luce i rischi relativi alla mortalità da fumo e il tempo di anticipazione della stessa.

A conclusione dello studio, i ricercatori hanno stabilito che, rispetto ai non fumatori, i fumatori avevano un rischio di morire prematuramente superiore di 2,7 volte. Sulla base dei risultati di queste ricerche, sono stati effettuati ulteriori approfondimenti che sono riusciti a evidenziare che la supermortalità dei fumatori tra le persone anziane è legata tanto alle malattie cardiovascolari quanto ai tumori.

Ecco che quindi diventa lampante che il fumo rimane un alto fattore di rischio anche dopo i 60 anni, per cui gli sforzi per ridurre il fumo e promuoverne la cessazione tra gli anziani si tradurrebbe in una grande vittoria in termini di salute pubblica.

Fumatori anziani: i sintomi che si sottovalutano

“Fumo ma sto bene” è la classica frase dei soggetti fumatori che si sentono in salute e non ne voglio sapere di riconoscere la pericolosità del loro comportamento. Sono circa 9 milioni gli italiani fumatori colpiti da patologie polmonari non diagnosticate, che, però, potrebbero peggiorare con il trascorrere degli anni.

È molto più frequente di quel che si pensa imbattersi in fumatori che sostengono di godere di buona salute, che poi però si vedono costretti a ricredersi qualche anno dopo; o, viceversa, che mostrano sintomi ritenuti innocenti o normali, soprattutto in età avanzata, come tosse, catarro o mancanza di respiro.

In realtà questi sono i primi campanelli d’allarme dell’avanzare di una malattia respiratoria, cardiovascolare, metabolica o, nei casi più gravi, di un tumore.

Fumatori anziani: il tabacco è la prima causa di morte in Italia

I numeri parlano chiaro e non lasciano scampo. Il tabacco in Italia è la principale causa di morte ed è il responsabile di quasi 83 mila decessi l’anno, di cui più di un quarto riguarda persone della terza età. Le sigarette provocano più decessi dell’alcol, delle droghe, degli incidenti stradali, dei suicidi e degli omicidi, tutti messi insieme.

È un fenomeno talmente tanto pericoloso che l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha più volte sottolineato, descrivendo il tabacco come una delle sfide di sanità pubblica più grandi della storia.

Non bisogna mai dimenticare che il fumo è responsabile di:

  • diversi tipi di cancro;
  • gravi malattie cardiovascolari;
  • gravi malattie polmonari;
  • diabete di tipo 2;
  • cataratta;
  • artrite reumatoide;
  • degenerazione maculare.

È una lunga lista di malattie di cui, gran parte, peggiorano con l’avanzare dell’età. Inoltre, fare uso di tabacco significa anche aggravare le patologie già esistenti, magari legate proprio alla vecchiaia, con il rischio di farle diventare croniche.

È chiaro che tutti i fumatori sono a rischio, ma il rischio peggiore ricade proprio nella categoria più fragile, gli anziani. Il primo passo, quindi, è smettere di fumare. Per gli anziani rinunciare al fumo può rivelarsi molto più complesso che per i giovani, perché lo ritengono uno dei pochi piaceri che gli rimane.

Per questo, oltre al supporto della famiglia, fondamentale in questi casi, è possibile ricorrere anche a farmaci e a terapie specifiche che possono aiutare a raggiungere l’obiettivo, in quanto i benefici di una vita senza fumo sono apprezzabili fin da subito per gli anziani.

Innanzitutto smettere di fumare comporta un calo drastico del rischio di ammalarsi e, cosa molto importante, potenzia la risposta ai farmaci necessari per combattere malattie croniche già esistenti, come scompensi cardiaci, ischemie e broncopneumopatia cronica ostruttiva.

Fumatori anziani: l’approccio di Sant’Anna 1984

Noi di Sant’Anna 1984 abbiamo piena consapevolezza dei rischi legati al fumo, soprattutto se i soggetti sono anziani, peggio ancora se con patologie annesse. Per questo motivo è nostra premura che i nostri assistiti capiscano il reale pericolo di questo gesto, cercando di accompagnarli in una strada differente.

Prima di tutto cerchiamo di individuare i segnali che riteniamo sospetti: il più importante fra tutti è il fiatone, ma anche tosse stizzosa o cronica, mancanza di energia e disordini del sonno. Sono tutti campanelli che ci fanno pensare che può esserci qualche problema, anche se silente.

La nostra filosofia è sempre quella di coinvolgere i nostri assistiti, piuttosto che imporgli nuove abitudini e comportamenti ed è così che i nostri operatori riescono ad instaurare sempre di più un rapporto basato sulla fiducia e, per quanto possono, lottano affinché il paziente capisca il reale pericolo e si impegni per smettere di fumare.

Fumare fa male sempre ma, ancor di più ai tempi di Covid- 19, la possibilità di finire in ossigenoterapia continua è un rischio che non vogliamo far correre ai nostri pazienti.

Sappiamo molto bene quanto sia importante questo messaggio, perché siamo certi che l’aumento delle persone che smettono di fumare è la chiave per ridurre in maniera drastica il numero complessivo, troppo alto, dei morti associati al tabacco.

Rivolgersi a Sant’Anna 1984 significa quindi affidare i propri cari alle cure di operatori con una grande preparazione, in grado di affrontare con serenità tutte le difficoltà che si presentano.

Anziani e disturbi del sonno: come affrontarli e prevenirli

Disturbi del sonno negli anziani

Negli anziani i disturbi del sonno sono molto frequenti. In primo luogo, la durata della fase di riposo tende ad accorciarsi con l’andare dell’età, ma non solo. Oltre alla quantità del sonno, anche la qualità diminuisce, a causa di numerosi fattori psicologici, neurologici e fisici. 

Con l’arrivo della terza età si tende inoltre a distribuire il sonno in maniera differente: si preferiscono riposini pomeridiani e si ha la tendenza ad andare a dormire prima e a svegliarsi presto.

Uno dei motivi per cui questo si verifica è dovuto alla diminuzione della secrezione della melatonina, l’ormone che è in grado di farci dormire fino a 8 ore anche se dopo 4 ore non si è più stanchi.

Questa diminuzione è la responsabile del sonno discontinuo e quindi dei ripetuti risvegli durante la notte, condizione che può portare l’anziano in un vero e proprio stato di agitazione nel corso della notte, mettendo ulteriormente a rischio la sua salute.

In questo articolo faremo un rapido excursus sui disturbi del sonno negli anziani e su come affrontarli e prevenirli, in quanto una buona qualità del sonno è essenziale per il benessere dell’anziano.

Disturbi del sonno negli anziani: quali sono le cause di un riposo travagliato

I motivi per cui il sonno degli anziani può essere disturbato e non soddisfacente sono molteplici.

In primo luogo abbiamo i disturbi del sonno veri e propri, come ad esempio:

  • l’insonnia, è quello più frequente e consiste nella difficoltà di prendere sonno o dormire per un numero di ore sufficiente;
  • l’ipersonnia, al contrario è caratterizzata dall’eccessiva sonnolenza diurna;
  • la narcolessia, è una forma di ipersonnia primaria ed è causata dall’alterazione dei centri nervosi che si occupano della regolazione del ciclo sonno – veglia;
  • la sindrome delle apnee notturne, per apnea si intende una pausa respiratoria di almeno 10 secondi dovuta a un collasso delle vie respiratorie superiori;
  • il sonnambulismo, consiste nell’esecuzione di movimenti complessi durante uno stato di dissociazione fra il sonno e la veglia.

Si tratta quindi di disturbi che influiscono sia sulla capacità di addormentarsi che rimanere addormentati, peggiorando quindi la qualità del sonno.

Tra quelli citati, l’insonnia è senza dubbio il problema più frequente negli anziani e trova spesso origine in condizioni di natura psicologica come la depressione, lo stress, l’irascibilità e l’ansia.

Oltre ai classici disturbi del sonno, esistono poi numerosi fattori fisici che possono peggiorare sensibilmente la qualità del riposo, come dolori cronici, muscolari e articolari, e le malattie dell’apparato urinario, come le prostatiti, che causano una minzione frequente anche di notte, frammentando il riposo.

La mancanza di sonno, oltre a provocare un senso di stanchezza e irritabilità durante la giornata, rischia di impattare in modo molto negativo sulla qualità di vita dell’anziano.

Come riconoscere i disturbi del sonno negli anziani

Un calo nella qualità e nella quantità del riposo è considerato normale nelle persone anziane, ma è bene tenere sotto controllo questo peggioramento.

È abbastanza frequente, infatti, che questo causi uno stato di agitazione e iperattività nell’anziano, oltre a provocare uno scompenso sempre più profondo del ciclo sonno-veglia, in quanto capita spesso che gli anziani siano in attività in piena notte; questa condizione è molto pericolosa, perché aumenta in maniera notevole il rischio di incorrere in incidenti domestici.

Ecco perché è importante non sottovalutare i segnali e intraprendere un giusto iter diagnostico, che porterà ad un’efficace gestione e cura del disturbo.

Lo strumento diagnostico per eccellenza in questi casi è la polisonnografia, che viene utilizzata per rilevare i disturbi del sonno e viene eseguita di notte, mentre il paziente dorme. L’indagine può essere effettuata attraverso due tipologie di polisonnografia: cardio-respiratoria o neurologica.

La prima, attraverso il monitoraggio cardio respiratorio, viene utilizzata per diagnosticare la Sindrome delle Apnee Notturne (OSAS). La seconda aggiunge alla precedente l’elettroencefalogramma e il monitoraggio dell’attività nervosa e cerebrale durante il sonno. Questa consente di individuare le patologie del sonno a livello di sistema nervoso come le apnee centrali, epilessia, insonnia, ecc. Entrambe le tipologie di indagine vengono effettuate in ambiente controllato presso i centri ospedalieri attrezzati.

I disturbi del sonno negli anziani: come gestirli

In presenza di disturbi del sonno negli anziani, quali sono i metodi per una gestione efficace del problema?

Purtroppo l’approccio che si tende ad utilizzare di più è quello farmacologico, perché l’anziano si rivolge in prima battuta al medico di famiglia e prescrivere un farmaco sembra la soluzione più immediata per dare sollievo.

In realtà, ricorrere alle benzodiazepine, i farmaci più comuni per trattare questi disturbi, può da una parte migliorare il sonno nel breve periodo, ma dall’altra rischia di causare o peggiorare disturbi cognitivi pre-esistenti o addirittura di aumentare il pericolo di cadute.

Nella nostra esperienza di assistenza domiciliare per anziani, prima di ricorrere ai farmaci consigliamo sempre di praticare una corretta igiene del sonno.

È per questo che i nostri operatori supportano i loro assistiti nella creazione di sane abitudini che possano aiutarli a ridurre al massimo i disturbi del sonno, senza ricorrere ai farmaci.

Ecco quali sono i suggerimenti più utili per una buona igiene del sonno;

  • evitare l’utilizzo di display luminosi, come cellulari e tablet, prima di andare a letto;
  • nel caso in cui sia necessario utilizzarli, farlo con lenti anti-luce blu;
  • cercare di alzarsi e coricarsi allo stesso orario;
  • non dormire troppo durante il giorno;
  • non fare attività fisica in tarda serata;
  • limitare al massimo il consumo di bevande nervine;
  • consumare un pasto leggero la sera.

Anche se è bene evitare l’attività fisica la sera, è invece più che consigliato fare attività la mattina e il pomeriggio, in particolar modo all’aperto.

L’esposizione alla luce solare ha molti benefici, perché permette all’orologio biologico interno di sincronizzarsi con il ciclo di luce e di buio, in modo da avere meno difficoltà ad addormentarsi quando è notte. 

È dunque essenziale impostare la giornata in modo che sia il più attiva possibile ed evitare pennichelle pomeridiane o eccessiva pigrizia.

Creando una serie di abitudini regolari, il corpo sarà molto più incline a rilassarsi a fine giornata, favorendo l’addormentamento e un riposo più sereno.

Sindrome da burnout nel caregiver: come riconoscerla e come comportarsi

sindrome da burnout caregiver

La Sindrome da Burnout è definita anche la sindrome del Caregiver perché colpisce principalmente le professioni di aiuto. Questo termine fa riferimento ad uno stato di esaurimento emotivo, fisico e morale spesso causato da un carico eccessivo di stress, tipico di chi si prende cura di persone più fragili.

Il burnout nel caregiver riconosciuto come malattia

Nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto il Burnout come “sindrome” e come tale rientra nell’International Classification of Disease, il riferimento globale delle patologie. La Sindrome da Burnout diventa conclamata nel momento in cui si verifica uno stato cronico di stress causato dal proprio lavoro.

I ritmi intensi, le numerose richieste e responsabilità lavorative determinano spesso un importante investimento di energie e risorse che come risultato provocano questa forma di esaurimento. Questo sovraccarico, fisico ed emotivo, può produrre sensazioni di frustrazione e rabbia, che possono influire in maniera negativa anche sulla persona malata da accudire.

Tale Sindrome è molto diffusa tra i caregiver in quanto, come è noto, svolgono un lavoro difficile e con un grande coinvolgimento emotivo, in particolare se il paziente è un membro della famiglia. Questa si presenta nel momento in cui il soggetto si sente sopraffatto e privo di energie e con l’andare del tempo lo stress aumenta e si comincia a perdere interesse verso stimoli emotivi e sociali.

Burnout nel caregiver: come riconoscerlo?

Certo è che non è semplice riconoscere i campanelli di allarme che il corpo invia, ma è vero anche che il burnout non si manifesta da un giorno ad un altro, ma è il risultato di un processo graduale che si sviluppa nel tempo. Non stiamo quindi parlando di episodi di stress e malessere sporadici, ma di veri e propri trend che si ripetono per molto tempo, almeno per qualche mese.

I segnali a cui prestare attenzione per capire se c’è una sindrome da burnout in corso sono i seguenti:

  • ogni giorno viene percepito come una giornata negativa;
  • prendersi cura della persona viene percepito come uno spreco di tempo;
  • costante sensazione di malessere e stanchezza;
  • senso di noia costante;
  • sensazioni di demotivazione, fallimento e impotenza;
  • emicranie frequenti;
  • calo dell’autostima;
  • tendenza a isolarsi e a rifiutare il contatto con famiglia e a amici.

Nei casi più gravi, questa sindrome può portare a sviluppare anche disturbi del comportamento alimentare o dipendenze da farmaci, sostanze stupefacenti e alcol.

Come affrontare la sindrome da burnout nel caregiver

Non sempre è facile per il caregiver riconoscere di aver bisogno di aiuto, ancor meno richiederlo. Stiamo parlando di una categoria che si occupa di persone fragili e bisognose e che quindi tende a mettere sempre in relazione i propri problemi con quelli della persona che assiste, che al confronto sembrano inezie.

È molto facile per queste persone trascurarsi, non prendersi cura del proprio equilibrio psico-fisico, perché il benessere dell’assistito viene prima di qualunque cosa, specie se si tratta di persone non autosufficienti o con malattie in fase terminale.

Tuttavia, se questo atteggiamento si protrae per troppo tempo, incorrere nella sindrome da burnout è inevitabile, con conseguenze disastrose non solo per il caregiver, ma anche e soprattutto per la persona che accudisce.

Per questo, in casi del genere, è necessario un supporto psicologico mirato a favore del caregiver. Spesso, però, non è facile far accettare questa necessità all’operatore, perché il sentimento che si scatena immediatamente è la colpa per l’abbandono momentaneo del servizio, che porta con sé anche sensazioni di fallimento e di inadeguatezza.

È fondamentale in questo senso il supporto della rete sociale, per alleviare questo senso di colpa e far capire al caregiver che, prendendosi cura di se stesso, riuscirà ad offrire un servizio migliore anche al suo assistito.

È quindi di estrema importanza prendere consapevolezza del disagio che si sta vivendo e capire l’origine del problema per dire stop allo stress e iniziare un percorso che aiuterà a ristabilire un rapporto sano con il proprio lavoro. Questo è un primo grande passo verso la luce del tunnel del burnout, per poi riacquistare, passo dopo passo, l’equilibrio interiore.

Come prevenire il burnout nei caregiver: il metodo di Sant’Anna 1984

Noi di Sant’Anna 1984 siamo ben consapevoli dei rischi a cui i nostri caregiver sono esposti nello svolgimento del loro ruolo di operatori domiciliari. Per questo, il nostro approccio è orientato alla prevenzione del burnout, con varie metodologie.

Prima di tutto, organizziamo sedute individuali con lo psicologo aziendale con cadenza periodica, in modo che tutti gli operatori possano confrontarsi con un professionista e sfogare eventuali disagi.

Oltre a questo, ogni operatore ha un supervisore dedicato pronto a raccogliere qualsiasi tipo di necessità, materiale o emotiva, per fare in modo che il caregiver si trovi sempre nelle condizioni di lavoro ottimale.

Puntiamo inoltre moltissimo sul gruppo, attraverso attività di team building che possano aiutare gli operatori a sentirsi parte di un gruppo unito, condividendo problemi e ansie comuni con i propri colleghi.

Infine, favoriamo un clima di lavoro sereno e rilassato anche la certezza del posto di lavoro e del versamento puntuale dello stipendio.

In generale, incoraggiamo sempre i nostri operatori a:

  • ascoltare il proprio corpo e rispettare le proprie esigenze quali sonno, alimentazione e attività fisica;
  • definire le priorità, quando la mole di lavoro diventa eccessiva;
  • adottare un atteggiamento proattivo;
  • condurre uno stile di vita sano.

Rivolgersi quindi a Sant’Anna 1984 vuol dire affidare i propri cari alle cure di operatori sereni ed equilibrati, in grado di prendersi cura al meglio dei loro assistiti.

Come contrastare la perdita di memoria negli anziani

Come contrastare la perdita di memoria negli anziani

Sono molteplici le cause legate alla perdita della memoria, sia a lungo termine sia a breve termine ed è possibile affermare che tutte dipendono dall’età e dai vari problemi legati ad essa.

È noto che, con l’avanzare dell’età, sia la capacità di apprendimento sia la qualità della memoria tendano a deteriorarsi. Questa condizione si verifica anche in totale assenza di patologie gravi.

La perdita della memoria, però, può essere anche il risultato di problemi emotivi, come aver perso una persona cara o sentire la propria socialità venire meno. Questo processo è continuo e irreversibile, ma alcune tecniche possono aiutare gli anziani a tenere allenata la memoria, rallentando in maniera notevole il processo fisiologico di deterioramento.

Come prevenire la perdita di memoria nelle persone anziane

Per decelerare o prevenire la progressione dei disturbi della memoria sono necessari:

  • una corretta alimentazione;
  • un rapporto adeguato sogno/veglia;
  • attività fisica costante;
  • vita sociale attiva e soddisfacente.

Il cervello, proprio come tutti gli altri muscoli, ha bisogno di essere allenato: più viene impegnato e più facilmente resterà in forma nel tempo. Tra gli strumenti più prestanti e importanti troviamo la stimolazione cognitiva, che consiste in una serie di tecniche volte ad allenare e rafforzare le capacità cognitive del paziente.

Attenzione, linguaggio, memoria e funzioni esecutive rientrano tra queste. Tutte le tecniche utilizzate dalla stimolazione cognitiva fanno parte di un protocollo specifico e finalizzato alle esigenze del paziente. Questo significa che praticarle in assenza di supervisione può portare ad un risultato opposto.

Anziani e perdita di memoria: soluzioni tecnologiche e nuovi strumenti

La riabilitazione neurocognitiva rientra tra le soluzioni tecnologiche più utili per migliorare la memoria negli anziani. Questa fa riferimento ad una metodologia basata sulle recenti conquiste in campo tecnologico, mirate al ripristino della plasticità cerebrale.

Lo scopo è ottenere una stimolazione sufficiente a compensare i deficit, cosa che avviene mediante un approccio personalizzato per il singolo paziente. A sostegno di questa pratica, sono stati progettati diversi software, con l’obiettivo di migliorare la memoria dell’anziano attraverso l’uso di computer o tablet, in autonomia o con il supporto di un assistente.

Tra le ultime scoperte scientifiche troviamo inoltre la stimolazione magnetica transcranica, una tecnologia volta ad aiutare i pazienti affetti da morbo di Alzheimer a contrastare la progressiva perdita di memoria.

La stimolazione magnetica transcranica (TMS) è basata sul principio dell’induzione magnetica, che permette di stimolare o inibire l’attività neuronale di specifiche aree cerebrali. Lo strumento deputato a questa terapia genera campi magnetici indirizzati verso il cervello della persona, che si trasformano in impulsi elettrici in grado di stimolare la riattivazione di connessioni esistenti tra neuroni e sinapsi.

L’obiettivo ultimo è quello di migliorare la memoria dell’anziano; in particolare i ricercatori si sono concentrati su una specifica rete neurale, indicata con il nome di default mode network. Si tratta di una regione collocata in una zona centrale e profonda del cervello, connessa con l’ippocampo, altra area critica quando si parla di Alzheimer e disturbi legati alla memoria.

Ma è bene puntualizzare che ogni trattamento utilizzato per la cura della perdita della memoria dipende dalla causa scatenante. Infatti, essendo ogni paziente a sé, è sempre opportuna e consigliata la supervisione di esperti nel settore. In questa ottica, possono essere di grande aiuto gli assistenti domiciliari.

Anziani e perdita di memoria: il ruolo della famiglia

È senza dubbio possibile prevenire o limitare il decadimento della memoria, ma per farlo è importante adottare le giuste misure per evitare di peggiorare o aggravare del tutto la situazione.

In questo percorso anche la famiglia svolge un ruolo importante: infatti mettere in atto alcuni accorgimenti può contribuire a ricreare un’atmosfera positiva e stimolante, che ha un effetto benefico sulla capacità mnemonica.

In particolare è bene che i familiari adottino i seguenti comportamenti:

  • utilizzare una comunicazione stimolante volta a sollecitare l’attività cognitiva dell’anziano;
  • preferire un linguaggio lento e chiaro, facendo prevalere un tono pacato per evitare agitazioni futili;
  • usare frasi brevi e semplici, evitando metafore e giochi di parole;
  • lasciare il giusto tempo per ricevere risposta.

Gentilezza e pazienza devono essere i protagonisti delle relazioni con i più fragili.

Con il passare del tempo e l’aumentare del decadimento cognitivo, le giornate iniziano ad essere sempre più impegnative per gli anziani, perché cominciano a dimenticarsi di lavarsi e persino a cosa servono o come si usano strumenti come spazzolino, pettine o spugna. Non si ricordano se hanno già svolto le mansioni igieniche durante la giornata e finiscono per perdere l’interesse e la motivazione per la cura di sé.

Quando la famiglia si rende conto che non è in grado di occuparsi in maniera diretta dell’anziano, l’assistenza di personale specializzato diventa essenziale, ma questo non implica in modo diretto che l’anziano sia disposto ad accettare l’aiuto; infatti, spesso lo rifiuta e si oppone all’idea di un estraneo che lo assista nelle sue mansioni private.

Ciò è del tutto normale e comprensibile, per questo un assistente deve essere preparato a rispettare l’indipendenza dell’assistito, non prendendo il suo posto, ma completando le sue azioni in relazione alle sue possibilità.

Anziani e perdita di memoria: il sostegno dell’assistenza domiciliare di Sant’Anna 1984

Avere in casa un operatore socio-assistenziale significa poter contare sull’aiuto di una figura esperta e formata per ogni evenienza. Anche nel caso di un assistito con problemi di memoria, i nostri operatori sono in grado di aiutare l’anziano non autosufficiente.

Affidarsi ad una cooperativa come la nostra implica quindi convenienza e rassicurazione. Ogni giorno ci preoccupiamo di fornire un sostegno essenziale alla categoria più fragile della società. Sant’Anna 1984 è una grande famiglia che pone sempre al centro le esigenze dell’assistito.

La tutela degli anziani in difficoltà economiche: come funziona?

la tutela degli anziani in difficoltà economica

Tra i paesi Europei, l’Italia è il paese con la maggiore percentuale di anziani: infatti il 21,4% della popolazione ha più di 65 anni e il 6,4% ne ha più di 80. Diventare anziani viene associato al diventare nonni, ma, purtroppo, non implica solo questo. Invecchiare significa ridurre o cessare la propria attività lavorativa, così come le capacità di svolgere le attività quotidiane e, infine, sempre nuovi disturbi e disabilità si fanno strada di giorno in giorno. 

Di pari passo con l’avanzare dell’età cresce quindi il bisogno, in gran parte dei casi, di dover ricevere cure e assistenza giornaliera. Le soluzioni a disposizione delle famiglie sono di solito due: il ricovero in una RSA, spesso molto mal tollerato dagli anziani, o l’assistenza domiciliare.

È chiaro che si tratta di servizi a pagamento, non compresi nel welfare nazionale, che spesso gli anziani non sono in grado di sostenere in modo autonomo. Nei casi in cui l’anziano non ha un’entrata sufficiente per coprire le spese della badante, non esistono bonus o aiuti statali a cui poter fare ricorso, ma dovranno essere i familiari stretti a farsi carico delle spese.

Anziani in difficoltà economiche: è la Legge a tutelarli 

Sopperire al carico economico di un’assistenza domiciliare da parte dei familiari non è da intendersi come un atto di bontà o moralità, ma un obbligo, in quanto è la Legge che lo prevede in modo espresso. Il Codice Civile, attraverso le sue disposizioni, riconosce ai figli l’obbligo di prestare sostegno morale e materiale ai genitori anziani e non autosufficienti.

Questo obbligo scatta in automatico nel momento in cui anche l’altro genitore è indigente o invalido e quindi non è, in quel momento, in grado di prendersene cura. La Legge, quindi, obbliga i figli a predisporre un assegno alimentare e di sostegno, per sostenere e tutelare l’anziano e provvedere alle quotidiane incombenze.

Nel caso in cui la famiglia sia costituita da più figli, tutti sono chiamati a contribuire in base alle loro rispettive condizioni economiche. In questo modo la spesa della badante non ricadrà su un singolo soggetto, ma verrà ripartita per quanti sono i figli e in base alle disponibilità reddituali di ognuno: chi guadagna di più contribuirà in modo maggiore. In questo modo ogni figlio può contribuire in base alle proprie capacità.

Se si verificano casi in cui nessun figlio ha intenzione di partecipare alle spese, o la spesa ricade tutta su un solo figlio, allora è possibile fare ricorso a vie legali. Colui che decide di non partecipare, laddove è chiamato a farlo, commette un reato che può essere denunciato alle autorità competenti.

Infatti, il codice penale stabilisce il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, per il quale è prevista la reclusione fino ad un anno o una multa economica.

Anziani in difficoltà economiche: quanto costa una badante e quanto può incidere sul bilancio familiare questa spesa

Una volta stabilito chi deve contribuire all’assistenza dell’anziano, è necessario costituire il rapporto di lavoro con la badante tramite l’apposito contratto collettivo nazionale di lavoro per gli assistenti familiari.

Per stabilire il salario della badante bisogna tenere presenti diverse opzioni:

  • badanti di lungo orario, con contratto di 8 ore al giorno;
  • badanti conviventi;
  • badanti part-time, 2 o 4 ore al giorno.

Sulla base di queste differenze e in relazione alle attività che ci sono da svolgere con l’assistito, viene stabilito uno stipendio, non tralasciando il fatto che, quando si assume una badante convivente, devono essere compresi vitto e alloggio, salvo la previsione di un’ulteriore integrazione salariale.

Sulla base delle attuali condizioni di mercato, la retribuzione media di una badante di lungo orario o convivente va da 800 a 1100 euro al mese

A questa cifra è necessario aggiungere:

  •  tredicesime;
  •  TFR;
  •  contributi previdenziali;
  •  un mese di ferie retribuito ogni anno;
  •  un giorno e mezzo di riposo alla settimana;
  •  due ore di libera uscita nei restanti 5 giorni.

È chiaro che, per una famiglia, gestire in maniera autonoma tutta questa parte burocratica può diventare un impegno faticoso. Per cui, in questi casi, è bene liberarsi e affidarsi ad una realtà strutturata che può sopperire a tutte queste pratiche.

Noi di Sant’Anna 1984 non solo ci facciamo carico della parte burocratica, ma grazie alla nostra struttura organizzativa non lasciamo nessun periodo dell’anno scoperto. Siamo noi a garantire al nostro personale le ferie e i permessi, assicurando allo stesso tempo alle famiglie l’erogazione costante del servizio.

Assunzione badante tramite contratto e agevolazioni fiscali

Le famiglie che assumono una badante tramite un regolare contratto di lavoro hanno diritto ad una detrazione fiscale pari al 19% su una spesa massima di 2.100 euro complessivi.

Questo significa che se le persone assistite sono più di una, il limite resta comunque quello di 2.100 per tutte e non per ciascuna di loro.

In questo modo il massimo sconto che si potrà ottenere dalle tasse sarà di 399 euro all’anno, detrazione che spetta a chi ha un reddito complessivo lordo inferiore ai 40.000 euro annui.

Ma è anche importante per riconoscere questo lavoro come tale, cercando di abolire l’associazione che ancora spesso si fa ‘badante-schiavitù’. È per questo che noi di Sant’Anna 1984 ci preoccupiamo di tutelare tanto le famiglie quanto le badanti e tutti i membri del nostro staff.

Estate e anziani: ecco come proteggerli dalle ondate di calore

estate e anziani come proteggerli dalle ondate di calore

Estate e anziani sono un binomio spesso molto problematico. La stagione del gran caldo è arrivata: le temperature raggiungono i loro massimi livelli, le piogge diminuiscono e le giornate si allungano.

E se è vero che il bel tempo e le alte temperature permettono al nostro organismo di vivere in condizioni di minore stress rispetto ad altri periodi dell’anno, e altrettanto vero che, in condizioni particolari, il clima estivo e l’eccessivo caldo possono mettere in pericolo la salute delle persone più anziane. 

Per riuscire a combattere in maniera efficace gli effetti provocati dalle ondate di calore è opportuno quindi conoscere i provvedimenti da adottare per proteggere le persone più a rischio.

Anziani e estate: consigli pratici per affrontare il caldo al meglio

Uno dei principali motivi per cui gli anziani soffrono maggiormente le conseguenze del caldo torrido è la difficoltà che il loro corpo affronta nel regolare la temperatura corporea attraverso la sudorazione; questo meccanismo tende a diventare molto meno efficiente con l’avanzare dell’età.

Una serie di semplici abitudini e di misure di prevenzione possono contribuire a ridurre le conseguenze negative delle ondate di calore.

Per prima cosa è bene chiarire che non bisogna rinunciare alle passeggiate o agli svaghi all’aperto, che sono fondamentali per mantenere una buona salute, ma bisogna avere l’accortezza di non uscire nelle ore più calde della giornata. L’ideale è sfruttare le prime ore del mattino oppure la frescura della sera.

Purtroppo capita di frequente che gli anziani rinuncino ad uscire durante l’estate, ma questo è più deleterio che utile, soprattutto in presenza di patologie croniche come diabete, disturbi cardiovascolari e ipertensione; in questi casi, la sedentarietà potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione.

Nel caso in cui ci sia paura nell’affrontare l’attività fisica all’aperto, è sempre una buona idea non lasciare gli anziani da soli, ma accompagnarli in una passeggiata o un’attività ricreativa come la pesca o il giardinaggio.

Anche la scelta dell’abbigliamento è molto importante. Molti anziani tendono a coprirsi molto anche d’estate, ma in realtà la cosa migliore è indossare abiti leggeri e traspiranti, in fibre naturali, come il cotone e il lino, che mantengono la pelle asciutta e fresca. Assolutamente da evitare sono invece le fibre sintetiche.

È consigliabile quindi uscire nelle ore meno calde, ma come regolarsi per la temperatura in casa? L’ideale sarebbe mantenere l’ambiente tra i 24 e i 26°, sfruttando le ore notturne e la mattina presto per far areare le stanze e impedendo poi ai raggi del sole di scaldare troppo la casa durante il giorno. Nel caso in cui l’abitazione sia dotata di climatizzatore, è importante che lo sbalzo termico tra interno ed esterno non sia superiore ai 5 gradi, altrimenti si potrebbe incorrere nel rischio di uno shock termico, potenzialmente molto pericoloso per una persona anziana.

Infine, un valido alleato contro la calura estiva è senza dubbio l’alimentazione. Per prima cosa è bene assicurarsi che l’idratazione sia sempre ottima, con un adeguato apporto di acqua, bevande fresche non gassate e non zuccherate, frutta e verdura.

Per agevolare poi la digestione, che può essere rallentata dal caldo, è molto utile suddividere l’apporto calorico in 5 piccoli pasti, più leggeri e preparati con alimenti freschi.

È inoltre importante evitare i cibi troppo grassi e i piatti troppo elaborati, ma limitarsi a consumare pasti semplici ma equilibrati nei nutrienti.

Anziani e estate: attenzione alla disidratazione

Abbiamo detto che mantenere una corretta idratazione è una delle difese migliori che gli anziani possono avere durante la stagione calda. Le evidenze però ci dicono che è davvero difficile raggiungere questo risultato: da un lato c’è la naturale tendenza degli anziani a bere poco e dall’altra ci sono le condizioni atmosferiche che aumentano ancora di più il rischio di disidratazione.

Durante l’estate il corpo necessita di regolare la propria temperatura attraverso il sudore corporeo, ma, se queste perdite non vengono colmate tramite l’alimentazione, si può rischiare di instaurare uno stato di disidratazione.

Quest’ultima può manifestarsi con:

  • sete intensa;
  • stanchezza e sonnolenza;
  • un’insolita irritabilità;
  • confusione mentale;
  • riduzione dell’elasticità della cute ;
  • secchezza delle mucose;
  • ipotensione arteriosa.

Per evitare di correre questo rischio, è importante che chi si prende cura dell’anziano si ricordi di vigilare sul livello di assunzione di liquidi più volte durante l’arco della giornata. Proporre bevande alternative all’acqua, quali tè o succhi e alimenti ricchi di acqua come l’anguria, può essere una valida idea per agevolare un corretto apporto di liquidi.

Anziani e estate: il metodo Sant’Anna 1984 per combattere la solitudine

La solitudine degli anziani è una condizione molto diffusa che, però, può con facilità trasformarsi in patologia o depressione, soprattutto con l’arrivo della stagione estiva.

Con l’arrivo della bella stagione e delle belle giornate arrivano anche le gite fuori porta e le vacanze, e spesso le famiglie si trovano costrette a lasciare i membri più anziani della famiglia da soli o in strutture specializzate.

Viaggiare con persone anziane, specie se hanno bisogno di cure e attenzioni particolari, non è semplice, quindi nella maggior parte dei casi si tende a lasciarli a casa, spesso e volentieri da soli.

In quest’ottica, il nostro servizio di assistenza domiciliare è la risposta perfetta al problema, perché consente all’anziano di ottenere tutte le cure necessarie presso il proprio domicilio e anche di avere compagnia durante la giornata.

I nostri operatori hanno la formazione necessaria per assistere gli anziani in ogni circostanza, prendendosi cura del loro benessere psico-fisico a tutti i livelli. Nello specifico si assicurano che siano in salute, che consumino pasti sani e regolari, che facciano movimento nelle ore più idonee e che assumano la giusta quantità di liquidi.

Si tratta di una presenza delicata ma solida, che è in grado di fare la differenza tra una vecchiaia trascurata e una vita piena e dignitosa.

Con i nostri angeli, gli anziani sono in ottime mani e affrontano con serenità le sfide della stagione estiva.

Malattie neurodegenerative negli anziani: quali sono e come comportarsi

malattie neurodegenerative negli anziani

Le malattie neurodegenerative negli anziani sono un problema molto comune. Con questo termine si indica una serie di condizioni che colpiscono soprattutto i neuroni del cervello umano.

I neuroni sono le cellule che costituiscono il sistema nervoso, che di norma non sono in grado di riprodursi; per questo, nel momento in cui subiscono danni o muoiono, non possono essere sostituite dall’organismo.

Questo è il motivo per cui queste patologie sono classificate come debilitanti e non curabili, in quanto portano alla degenerazione progressiva e in seguito alla morte delle cellule nervose.

La morte delle cellule nervose può produrre atassia, quando ad essere coinvolto è il funzionamento del movimento, o demenza quando, invece, è coinvolto il funzionamento cerebrale. 

La maggior parte degli anziani colpiti da patologie neurodegenerative presenta sintomi di demenza piuttosto che di atassia, come dimostrano il 60 – 70% dei pazienti affetti da Alzheimer.

Ma quali sono queste patologie? Tra le più note troviamo:

Ognuna di queste malattie è accomunata da un processo cronico e selettivo di morte cellulare dei neuroni.

Malattie neurodegenerative: la loro natura

Le malattie neurodegenerative possono essere di natura genetica o sporadica. Quando la loro natura è genetica, è possibile attribuirne la causa ad un’alterazione della sequenza del DNA, che quindi può anche essere trasmessa alle generazioni successive.

Se inveve la natura è sporadica, allora la demenza non può essere associata ad una specifica alterazione del DNA e non può essere trasmessa. Solo studi genetici mirati sono in grado di stimare con sufficiente precisione quale sia la genesi della patologia.

Ad oggi, sebbene molto si conosca di queste malattie, grazie alla ricerca e al progresso medico-scientifico, si è ancora molto lontani dal trovare una cura, un trattamento che possa rendere il processo degenerativo reversibile. 

Nella migliore delle ipotesi, è possibile rallentare l’avanzare della malattia, soprattutto nei casi di diagnosi precoce, e aiutare il paziente nella gestione dei sintomi, sebbene in modo molto limitato.

Malattie degenerative e stimolazione cognitiva: una cura complessa

Uno tra gli approcci utilizzati ad oggi nel trattamento delle malattie neurodegenerative, come ad esempio la demenza, prende il nome di stimolazione cognitiva.

La stimolazione cognitiva in pazienti con queste patologie si riferisce a tutti i possibili interventi terapeutici per migliorare la memoria, il linguaggio, l’orientamento spazio-temporale, l’attenzione e la programmazione.

Come detto in precedenza, non si tratta di una cura risolutiva, ma di un intervento finalizzato a migliorare la qualità di vita del paziente, compatibilmente con i suoi sintomi.

L’obiettivo principale di questo approccio è quello di rallentare il decadimento cognitivo, cercando di mettere il paziente nelle condizioni di avere il miglior equilibrio funzionale possibile, con particolare riguardo all’impatto psicologico che la malattia ha sugli anziani.

È molto frequente, infatti, che in seguito alla diagnosi aumentino sia l’isolamento sociale che i disturbi del comportamento, cosa che non fa che creare terreno fertile per un rapido decorso della malattia.

Alla base di tutte queste terapie sta quindi il concetto di lavorare sulle capacità e potenzialità residue che, se correttamente stimolate, possono coprire le mancanze causate dal deterioramento neuronale.

I videogiochi: una palestra cognitiva per le malattie neurodegenerative

Il gioco, in questo caso in versione elettronica e digitale, si aggiunge alle pratiche terapeutiche utilizzate per la cura delle patologie neurodegenerative.

Si sono dimostrati di grande aiuto i cosiddetti “exergame”, una specifica categoria di videogiochi che richiede il coinvolgimento di tutto il corpo.

Questi ultimi infatti si basano non solo sulla coordinazione occhio-mano, ma si estendono anche ad altre parti del corpo, cosa che va a grande beneficio dell’equilibrio motorio.

Si tratta quindi di un approccio da tenere nella debita considerazione quando ci si prende cura di una persona affetta da una di queste patologie, perché consente di coniugare l’aspetto ludico e quello terapeutico.

Malattie neurodegenerative e il trattamento già dai primi sintomi

Il primo fattore di rischio per lo sviluppo delle demenze è l’età, che infatti tendono a presentarsi nella popolazione che ha più di 65 anni.

Oltre questa soglia, è bene iniziare a prestare molta più attenzione a piccole avvisaglie, che magari, anche solo 10 anni prima, sarebbero stati archiviate come episodi di poca importanza.

Piccole perdite di memoria, confusione, difficoltà in alcuni movimenti, crescente irascibilità sono solo alcuni dei segnali che, superata una certa età, non vanno sottovalutati e vanno subito portati all’attenzione del medico curante, che proporrà poi di proseguire l’iter diagnostico con uno specialista.

Non si tratta di cedere a facili allarmismi, ma di tenere gli occhi aperti per riuscire a diagnosticare già dalle prime fasi una eventuale malattia neurodegenerativa. I vantaggi della diagnosi precoce sono infatti moltissimi e, a fronte di una impossibilità di curare queste patologie, diventa fondamentale iniziare a trattarle fin dai primi stadi, per rallentarne il decorso.

Per questo, al di là della vigilanza che i diretti e interessati e le famiglie devono tenere, sarebbe anche importante fare un’opera di sensibilizzazione profonda sulle fasce di popolazione più esposte al problema.

Sant’Anna 1984 e il trattamento delle malattie neurodegenerative

In Italia l’età media della popolazione è tra le più elevate al mondo. Non sorprende quindi che nel nostro Paese le malattie neurodegenerative siano molto diffuse e con un trend crescente.

Ad oggi il welfare statale garantisce coperture e assistenza minima per queste patologie, che pure impattano in modo molto significativo sulla vita degli anziani e su quella di chi se ne prende cura.

Con il progredire della malattia, diventa sempre più complesso gestire la sintomatologia e spesso l’unica scelta a disposizione delle famiglie è il ricovero presso una struttura privata specializzata.

Nella maggior parte dei casi, però, gli anziani rifiutano il ricovero, sviluppando, a seconda dei casi, grande aggressività oppure atteggiamenti di auto-isolamento.

In questo contesto, l’assistenza domiciliare si dimostra il metodo migliore per prendersi cura dei pazienti. Il fatto di rimanere presso la propria abitazione, circondati dai propri ricordi, aiuta gli anziani a rimanere connessi con se stessi, nonché a mantenere una routine e una socialità sane.

Noi di Sant’Anna 1984 siamo specializzati nell’erogazione di servizi di assistenza domiciliare a persone affette da malattie neurodegenerative e ci occupiamo del loro benessere a tutto tondo.

Non si tratta quindi solo di aiutare gli anziani nelle attività quotidiane, come lavarsi o vestirsi, ma anche compiere le azioni terapeutiche fondamentali al mantenimento di una condizione cognitiva che sia la migliore possibile.

Stimolazione intellettuale, esercizio fisico, buona alimentazione, socialità e convivialità sono gli elementi che contraddistinguono il nostro servizio di assistenza, che permette agli anziani di convivere in modo più sereno con la malattia.

Ricreare un ambiente stimolante sia dal punto di vista cognitivo che sociale è all’apice delle nostre priorità, perché dei numerosi benefici sulle funzionalità cerebrali.

Anche il giusto coinvolgimento dei familiari è però indispensabile, perché il loro supporto costituisce uno strumento terapeutico irrinunciabile. Per questo ci premuriamo di informarli sulle giuste modalità per stimolare cognitivamente il loro caro, attraverso l’insegnamento delle corrette strategie per interagire con il malato, per captare e poi rispondere in modo appropriato ai suoi bisogni, in modo da prevenire e gestire i disturbi comportamentali.

Il Nordic Walking: lo sport perfetto per gli anziani

nordic walking sport anziani

Il Nordic Walking, anche conosciuto come Camminata Nordica, è un tipo di attività fisica che consiste in una camminata veloce con l’ausilio di due bastoni, che sono i veri protagonisti del movimento e che caratterizzano questa attività. Questo stile di camminata nasce in Finlandia, dal bisogno degli sciatori professionisti di poter continuare gli allenamenti anche in mancanza di neve sul terreno.

Si è rivelata nel tempo un’attività molto benefica ed efficace a livello muscolare, cardiovascolare e posturale, dal momento che spalle, collo, schiena e braccia vengono coinvolti in maniera moderata.

Dati i suoi numerosi benefici, si è diffusa con rapidità al di fuori del mondo dello sci e ad oggi è molto amata, nonché consigliata, dalle persone dai 60 anni in su. Il Nordic Walking, infatti, è uno sport sicuro, che porta con sé notevoli vantaggi per la salute del corpo e della mente.

Nordic Walking: un toccasana per la terza età

A rendere questo sport adatto alle persone anziane sono fattori come:

  • l’utilizzo del 90% dei muscoli del corpo contro il 40% della camminata normale;
  • il consumo del 20% in più di calorie;
  • si potenzia l’allenamento cardiovascolare;
  • le ginocchia vengono stressate meno;
  • postura ed equilibrio migliorano;
  • si riduce lo stress sulle articolazioni;
  • si stimola l’attività cardiaca;
  • si attiva il metabolismo.

Grazie a tutti questi benefici e alla sua facilità di esecuzione, il Nordic Walking diventa una forma sicura e accessibile di attività aerobica alternativa, adatta a chi non riesce a praticare sport ad intensità troppo elevata.

C’è da precisare, inoltre, che il Nordic Walking, proprio per le sue caratteristiche, è un’attività fisica completa e che consente di allenare tutti i principali gruppi muscolari. Adottando una tecnica corretta, si riesce infatti ad ottenere un elevato coinvolgimento muscolare ed un efficace lavoro cardiocircolatorio, con formidabili benefici per la propria salute.

L’ossigenazione migliora, la resistenza aumenta insieme a forza, coordinazione, equilibrio e postura. 

Importante è anche il contributo che questa attività motoria può dare nel rallentare il processo di invecchiamento, caratterizzato dalla riduzione delle capacità fisiche e cognitive, con un aumentato rischio di sviluppare malattie croniche e disabilità.

Il Nordic Walking aiuta a migliorare i livelli di forza degli arti superiori, in particolar modo, nonché il livello di equilibrio, essenziale per prevenire eventuali cadute, che per gli anziani sono molto pericolose.

I benefici però non si limitano al piano fisico: è stato infatti dimostrato che questa camminata può contribuire a rallentare anche il declino cognitivo, a combattere la depressione e a migliorare la qualità del sonno.

Dopo sole 12 settimane di allenamento con il Nordic Walking, la qualità di vita degli anziani, sia da un punto di vista fisico che psicologico, migliora in modo netto, garantendo una vecchiaia più decorosa e serena.

Nordic Walking per anziani: sempre e solo all’aperto

Dai sentieri di montagna, ai parchi, alla città, alla spiaggia, l’importante è che ci siano due bastoni, aria aperta e compagnia.

I due bastoni hanno la funzione di spinta per coinvolgere il maggior numero di muscoli, al fine di aumentare il dispendio energetico e favorire un esercizio benefico a livello cardiocircolatorio.

La tecnica e l’efficienza dei movimenti diventano determinanti per ottenere il massimo dei benefici. I movimenti devono essere accompagnati da una corretta respirazione e il passo deve essere caratterizzato dall’alternanza dei movimenti di braccio e gamba opposti.

Da sempre la camminata e lo sport vengono consigliati per mantenere la forma e la tonicità muscolare, ma anche per contenere il peso nei suoi valori ideali. 

Il Nordic Walking permette tutto ciò, con poco tempo e a costi bassissimi, anche e soprattutto perché è un’attività che deve essere praticata all’aperto, a contatto con la natura, ma in particolar modo in compagnia.

È molto frequente vedere gruppi di 10 o 20 anziani che passeggiano per i parchi con i loro bastoni, assolvendo nello stesso momento due bisogni fondamentali durante la vecchiaia: quello di fare movimento e quello di socialità.

Nordic Walking ed effetti sulle patologie croniche degli anziani

Il Nordic Walking, come l’attività fisica in generale, si è dimostrato uno sport in grado di impattare in modo positivo su patologie croniche come obesità e diabete.

Si è visto che praticare Nordic Walking per 12 settimane consecutive ha provocato una riduzione della massa grassa totale, del colesterolo LDL, dei trigliceridi e della circonferenza della vita.

Anche la pratica del Nordic Walking in pazienti affetti da Morbo di Parkinsons è stata approfondita e sottoposta a studi. Questa attività motoria aiuta a migliorare la sintomatologia e porta un netto miglioramento nella qualità di vita, nella performance funzionale e nella capacità di attenzione e concentrazione.

L’utilizzo dei bastoni facilita infatti la camminata e favorisce la stabilità posturale durante la deambulazione, contrastando la flessione del corpo in avanti tipica della patologia. Inoltre, l’oscillazione delle braccia fornisce uno stimolo motorio importante a chi soffre di questa malattia.

Infatti, uno dei primi sintomi della malattia è proprio l’incapacità nell’utilizzo delle braccia, che provoca un aumento dell’instabilità nella postura, che a sua volta porta al rischio di caduta.

Sulla base di ciò e considerando ad oggi l’assenza di controindicazioni, la pratica del Nordic Walking può rappresentare un’attività praticabile non solo dai soggetti sani, ma anche da soggetti affetti da patologie che peggiorano la deambulazione.

Nordic Walking: un’attività motoria semplice e benefica

Per invogliare una persona anziana a fare esercizio fisico la prima regola deve essere la semplicità. Spesso infatti gli anziani si sentono scoraggiati quando gli vengono proposte attività troppo stancanti o complesse.

La pratica del Nordic Walking, invece, si è rivelata la giusta alleata per chi ha bisogno di fare movimento in maniera tranquilla ma efficace. Il giovamento fisico è visibile già dopo le prime uscite: il beneficio più immediato è sulla postura, sull’equilibrio, sulla forza muscolare e sulla coordinazione.

In questo stile di camminata, il carico delle articolazioni viene sorretto dall’utilizzo dei bastoni e in questo modo l’apparato osseo viene protetto da osteoporosi e artrosi, anche perché il costante sforzo ha la capacità di stimolare l’assimilazione del calcio e la produzione di elastina e collagene.

Non bisogna poi dimenticare che mantenersi in forma non riguarda solo il fisico, ma anche l’umore; infatti organizzare uscite, soprattutto se in compagnia e con periodicità, è molto semplice e può rivelarsi un vero toccasana per gli anziani.

Praticare Nordic Walking significa praticare sport rendendo la giornata piacevole, allontanarsi dai malanni di stagione e dalla malinconia tipica della terza età.

Badante in nero fa causa, quali sono i rischi per gli eredi e come tutelarsi?

badante a nero fa causa rischi

La spesa per l’assistenza domiciliare per molti può essere molto rilevante da un punto di vista economico (di fatto si tratta di prendersi a carico la spesa di “un dipendente” a tutti gli effetti) e sono quindi molte le famiglie che cercano di trovare una soluzione per poter spendere il meno possibile.

La difficoltà, però, non è “solo” legata ai soldi, ma anche al reale raggiungimento della soluzione al problema.

Di fatto, quando si decide di pagare per l’assistenza domiciliare ad un anziano lo si fa perché o la situazione sta cominciando a richiedere troppo tempo, oppure perché alcune tra le cose che bisogna fare per assisterlo iniziano ad avere un costo emotivo elevato, o anche perché ci si rende conto che è richiesta una certa competenza o esperienza che non tutti hanno.

Questo significa che per risolvere il problema non solo si dovrà sostenere un costo mensile, ma bisognerà anche trovare qualcuno che riuscirà ad espletare i compiti che si desidera delegare.

Le cose si complicano ulteriormente se la persona da assistere è particolarmente fragile o non è del tutto lucida.

Una badante, difatti, si paga per prima cosa con la fiducia, in quanto le viene affidata una persona importante e a cui si tiene.

Nel mondo dell’assistenza domiciliare la domanda più ricorrente è: ”chi bada alla badante?”. Tanto più il rapporto è deregolamentato, tanto più il “datore di lavoro” dovrà essere presente per assicurarsi che i compiti vengano svolti.

Badante qualificata: trovarla è difficile

La prima cosa, infatti, che bisogna considerare è che la percentuale di disoccupazione del personale qualificato nel settore dell’assistenza agli anziani e ai disabili è prossima allo 0.

Questo significa che se una persona ha:

  • buone referenze;
  • carichi pendenti e casellario giudiziale pulito;
  • manualità;
  • documenti in regola;
  • padronanza della lingua;

può andare in qualsiasi cooperativa sociale, agenzia per il lavoro o interinale, e trovare un impiego “in regola” in massimo 2 settimane.

Per impegno in regola si intende:

  • contratto con 13 mensilità + TFR;
  • regolarità nella gestione della parte contributiva;
  • orario di lavoro definito e gestione straordinari;
  • diritto al riposo e alle ferie;

Questo significa che il pubblico di operatori che rappresenta la “prima scelta” è accessibile solo tramite canale ufficiale.

Per quale ragione una persona che ha le caratteristiche e l’esperienza necessarie per poter ottenere 1100€ netti al mese e in regola, ne dovrebbe accettare di meno e a nero?

È evidente, quindi, che se una persona accetta di lavorare a nero è perché ci sono delle ragioni ostative che le impediscono di accedere al settore ufficiale.

Queste ragioni possono essere:

  • assenza di referenze;
  • carichi pendenti e casellario giudiziale non pulito;
  • mancanza di manualità;
  • documenti non in regola;
  • percezione di reddito di cittadinanza;
  • cassa integrazione da altro impiego;
  • percezione del sussidio di disoccupazione;
  • mancata padronanza della lingua.

Va da sé che tanto più è bassa la cifra che una persona è pronta (e disposta) ad accettare, tante più cose della lista sopra possono riguardare il suo caso.

Oltre a ciò, bisogna considerare che ogni comunicazione tra la famiglia ed il badante a nero diventa probante. 

Qualsiasi messaggio inviato tramite SMS o tramite WhatsApp, qualsiasi ricevuta, qualsiasi comunicazione dove si può evincere che la persona era subordinata alla famiglia può essere, successivamente, utilizzata per poter fare vertenza alla famiglia.

Tanto più è bassa la cifra che si è pagata prima, tanto più sarà alta la cifra che sarà richiesta dopo.

Badante a nero: come può fare vertenza?

Alcune famiglie pensano che le badanti che lavorano a nero non dispongano della cifra necessaria per poter affrontare una causa legale.

La verità è che, per la badante, è sufficiente recarsi a qualsiasi sportello badante o sindacato per poter avviare un dialogo con un avvocato specializzato nel settore, che, per prima cosa, valuterà quanto si potrà richiedere poi se la famiglia dove ha lavorato è solvibile (immobili di proprietà, risparmi in banca, tipologia di reddito) ed alla fine andrà ad introdurre un giudizio per ottenere l’importo massimo da richiedere sulla base delle violazioni che ha constatato.

Per dare un’idea, una badante che ha lavorato a nero per un periodo di 6 mesi, da convivente, può facilmente costare in un giudizio 2500€ per ogni mese, quindi 15000€.

Per trasparenza e onestà, va anche precisato che questa tipologia di cause, per gli avvocati, sono di facile realizzo, in quanto i giudici che decidono si esprimono a favore del lavoratore subordinato (e quindi contro il datore di lavoro) nella stragrande maggioranza dei casi, forti del fatto che l’aver retribuito a nero una persona è un comportamento vietato dalla legge.

Di quei 15000€ riportati nell’esempio sopra, di solito una congrua parte va all’avvocato.

Badante a nero: la gestione dei periodi di prova

Un altro aspetto non secondario è che, con un rapporti di lavoro in nero, la gestione dei periodi di prova diventa molto difficile.

Nell’assistenza domiciliare la fase più critica è quella dell’instradamento e dell’inserimento della risorsa in famiglia. Questa fase, anche quando è gestita da operatori di livello, ha un KO statistico del 30%.

Questo significa che entro 60 giorni l’assistito rifiuterà comunque l’operatore, a prescindere dalla sua effettiva validità.

Nel caso in cui la persona presa in prova venga mandata via, lo scenario più comune è comunque quello della vertenza.

Certo, 1 o 2 mesi, possono rappresentare una richiesta di soli 2500 o 5000€, che con un bravo avvocato possono essere ridotti anche della metà, ma di fatto è corretto dire che il vantaggio di prendere una persona a nero sia comunque svanito. La soluzione dell’assitenza al proprio caro non è stata raggiunta ed il problema sarà addirittura aggravato.

Noi di Sant’Anna abbiamo parlato con famiglie che hanno tenuto per 3 anni la badante a nero. Quando l’hanno mandata via, perché in alcuni casi l’assistito era stato trasferito in casa di riposo ed in altri deceduto, si sono viste arrivare vertenze da oltre 100.000€, non trovando altra alternativa che accordarsi sulla cifra da pagare.

Bisogna sempre ricordare che siamo nell’era di internet e oggi le informazioni sono facilmente reperibili per chiunque.

Sappiamo anche che molte badanti, consapevoli dei vantaggi che si possono ottenere dal lavoro a nero, cercano datori di lavoro pronti a mettersi in questa posizione di svantaggio.

Abbiamo sentito di badanti che fanno oltre 2 vertenze all’anno e che puntano più sulla vertenza che sul lavoro.

Alla fine è semplice: una badante trova facilmente un lavoro a nero ed accetta un compenso molto basso di cui, però, si assicura di lasciare traccia scritta.

Resiste in quel posto di lavoro per 3 o 4 mesi, dopo di che coglie la prima opportunità e va via, fa scrivere dall’avvocato ed ecco lì che ha creato i presupposti per poter richiedere circa 10.000€.

Ripete il procedimento un’altra volta nel corso dell’anno, lavora 6 mesi, incassa lo stipendio a nero ed in più circa 14.000€ netti.

Essendo questo un fenomeno antipatico per le famiglie, ma sempre più diffuso, chiunque decide di retribuire una badante a nero si mette in un’importante posizione di rischio, dove la badante gode di tutte le tutele di legge e la famiglia di nessuna.

La cosa può diventare ancora più grave se l’assistito, che casomai soffre di Alzheimer, diventa violento con l’operatrice che lavora a nero.

In tal caso, anch’esso abbastanza comune, alla vertenza viene accompagna anche una denuncia che, solitamente, ha conseguenze penali.

Ora che i rischi e le conseguenze di assumere una badante in nero sono chiari, consigliamo di seguito gli unici modi che esistono per evitare che quanto abbiamo scritto possa verificarsi.

Cosa fare per non correre rischi?

Per prima cosa è bene chiarire che assumere una badante direttamente, per un servizio di assistenza completo, la spesa è di 1500€ al mese, ma potrebbe essere di più come di meno.

Assumere direttamente vuol dire farsi carico di tutti i doveri del datore di lavoro, tra cui dedicare del tempo per:

  • seguire la parte contabile e retributiva;
  • gestire orario di lavoro e segnare straordinari;
  • accantonare TFR e gestire pratiche di chiusura;
  • supervisionare attivamente l’operato del badante.

Va anche considerato che quando si assume direttamente si rispondi in modo illimitato in termini di responsabilità e con tutto il proprio patrimonio.

Che significa? Una cooperativa sociale, ad esempio, non risponde con il capitale dei soci lavoratori. Una SRL risponde limitatamente al capitale che ha versato.

Una codice fiscale risponde, invece, con tutti i beni che ha collegati che fanno da garanzia, il più delle volte inconsapevole, a tutto ciò di cui si decide di prendersi carico.

Questo significa che se il datore di lavoro è l’assistito e quest’ultimo dispone di un patrimonio personale (tra immobili e disponibilità) di circa 300.000€, risponderà limitatamente al capitale di cui dispone (i 300.000€).

Se il datore di lavoro, invece, è una SRL che ha un capitale sociale di 10.000€, risponderà limitatamente al capitale sociale che ha versato (10.000€).

Se, invece, il datore di lavoro è una cooperativa sociale, risponderà limitatamente alle omissioni verso il singolo socio lavoratore in misura limitata al capitale sociale disponibile in cooperativa (solitamente 250€ moltiplicato il numero di addetti presenti in visura).

Va tenuto anche presente che quando il datore di lavoro è la famiglia, l’importo che la badante può richiedere in caso di vertenza si riduce moltissimo, ma non si azzera del tutto.

Questo accede perché per portare il rischio a zero bisogna rispettare al 100% il mansionario del contratto di lavoro fatto ed evitare di fare qualsiasi tipo di straordinario, o di non far godere riposi e ferie.

Per la nostra esperienza è davvero complicato riuscirci, visto che, di solito, l’assistito tende a peggiorare nel tempo e a creare più situazioni di emergenza, che rendono sempre più difficile riuscire a rispettare la pianificazione.

Per evitare qualsiasi tipo di pensiero, invece, si può scegliere scegliere di rivolgersi ad una cooperativa sociale, che, oltre a farsi carico di tutte le responsabilità, mette a disposizione della famiglia un supervisore che si occuperà di tutti gli oneri, compreso la gestione delle sostituzioni e delle ferie.

Optando per questa soluzione, il budget previsto per l’assistenza completa è di circa 2000€ al mese, ma mette al riparo la famiglia da qualsiasi contestazione, da problemi di copertura del servizio e da qualsiasi problema di gestione dell’assistito.

Con una cooperativa come Sant’Anna 1984, i più fragili sono in buone mani.